Quindici Agosto Millenovecento e tot

15.08.2017 19:05
Una donna fragile, cioè cristallina,
di una durezza che può frantumarsi
per vanità ossia per fare un dispetto. 
È fatta di merletto calato nell’amido,
è intagliata in una conchiglia cerulea, 
è una donna trasparente che quasi tintinna
quando si muove, una donna di talco
e di cipria, con al collo un sottile
laccettino, una catenina dalle maglie 
di ragnatela e una lenticchia d’oro
come pendaglio, una sfoglietta lisa, 
che per lei è un’ancora, una donna
che succhia un savoiardo e dice 
“il tuo sesso, tesoro, e ci arrivo
fino a domani con questo”, è pomeriggio
in un giardino dell’albergo nel quale
canto da tre sere e per altre tre.
Una donna che è già quasi invisibile,
e può permettersi questo e altro
a novantadue anni, anche di dire 
“che bello”, di pronunciare questo
aggettivo difficile ma bello veramente
su tutti, quelle poche volte che è
pronunciato con coraggio, “ma che bello”,
ripete, e io non so cosa, lei guarda
il golfo, il mare, il cielo, ma no,
nemmeno, lei non guarda niente, può 
permetterselo, ha gli occhi come
una goccia di cera caduta, credo
intenda tutto, tutto bello, non so, non sono
sicuro, credo intenda un attimo,
non lo so, vorrei chiederle ma che bello che?
Non glielo chiedo, credo s’incrinerebbe
per la delusione. Crepitando si infrangerebbe
il suo cuore di vetro soffiato dal suo stesso
cuore. E anche per me sarebbe come soffiare 
su un velo di ghiaccio col mio alito 
di cantante caldo, e creparlo. Credo, 
preferisco, che mi stia ingannando e che sia, 
per lei, bello l’inganno, infatti è bello 
(nella vita canto questi versi da cantante 
imbecille per essere ammirato ossia deluso, quindi 
per non affezionarmi troppo a questa vita). 
Sono disperso come le sillabe in questi versi 
da rimbambito quando lei, con un colpo delle stecche
del ventaglio sopra la mia testa, mi risveglia.
 
Una notte in questo albergo le costa 
più dello stipendio di un mese
di chi ci porta da bere qui in giardino.
E allora? Chi ci porta da bere in giardino
non ha novantadue anni, non è colmo
di merletti, non è una valva incisa
e soprattutto (soprattutto!) non è né donna
né un cammeo (cosa che al momento di ogni
rivendicazione conta, e come conta).
E in questi alberghi il senso di ingiustizia
non pernotta né gira come un vendicatore
nei corridoi. Di giorno dai fiori caldi 
degli oleandri tiepidi emana un indolente 
aroma di potere floreale, dolce nel profumo, 
e melenso. Cosa dobbiamo fare? (Noi chi?).
Sfondare questo velo di signora? Lei dice:
“Io che c’entro? Siate come me, il mio comunismo
è questo, io sono la dimostrazione di una possibilità,
quella di vivere così, sono anch’io umanità. Tu,
come cantante — e ho detto tutto — dovresti
essere il primo sbranato dal popolo, tu che canti,
canti, canti, parli parli, parli… che ti canti?
La canzone? Questa presunzione di essere nel giusto,
d’essere quello che apre la bocca, dà fiato e non ascolta.
Be’, non sei eccezionale, sei solo rappresentativo
di tutti, che penitenti pagano lo strazio d’averti
davanti come modello dello strazio loro, tu sei il lavoro
di quelle robe di servizio come la metafora e la metonimia.
Le parole? Quest’altra presunzione di dire come stanno
le cose. Come stanno le cose, mio tesoro, savoiardo 
mio, mia zuccherata testa di cazzo? Sono io la donna, 
non tu. Che voglio dire? Voglio dire che è probabile 
(è certo!) che quelle tre-quattro persone che sanno 
come stanno le cose abbiano sbavato su di me, che addosso 
a me si siano liquefatte come gli oggetti docili 
che si sciolgono incendiati, come segretari di stato 
a fine mandato, mi capisci? Anche segretarie, come no, 
dure e bellicose, quindi fondenti come catrame, 
e dello stesso odore accattivante quando dalle carni 
versate sale un fumo che subito sviene così come 
negli occhi appare solo il bianco. Conosco
qualche gocciolante segreto dell’umanità. Chi crede 
di sapere deve sapere che non sa, ma fuor di amenità socratica
ossia fuor di presunzione. Avrete la chiacchiera globale, 
non avrete le parole, la parola, se non come schermo 
su un vostro schermo… Quando non conti nulla puoi dire tutto, 
lo sai, sì. Sei lì per questo: per dire tutto e svalutarlo 
in nulla… Vito, ti chiami Vito? Ecco, Vito, avresti potuto fottermi… almeno per cogiacenza ti avrei inumidito col velo 
più o meno dipinto della vita… sì anche Maugham, sì, è stato 
un fatto mio anche se non era il tipo, né io per lui: uno scrittorino da lettura che oggi basta e avanza, ma sapeva, 
sapeva, capisci sapeva? Sapeva fingere… dio, mi viene da ridere, 
dio, vi fate un vanto di non fingere — ma siate precisi! — 
non fate altro che fingere, nel senso che siete subornati, 
e è vero: non fingete, ma finti lo siete, cioè vi hanno fatto 
la finzione (sì, sì, giocateci con certe parole), 
ma fingere non sapete, e il peccato non è fingere, il peccato 
è non saperlo fare pur essendo finti… Perché? Siete veri? 
Veri rispetto a cosa? Questo è il punto. 
Rispetto agli alberi siete alberi finti,
finti insetti rispetto agli insetti, batteri finti
rispetto ai batteri. Io stessa (e già ci hai pensato tu
con le analogie e le somiglianze) sono un finto merletto,
una finta conchiglia, finto ventaglio e, se vorrai,
una finta madrepora e pure prosciugata. Di chi
è il mondo? È degli alberi, degli insetti, dei batteri.
La terra di chi è? È dell’acqua, e l’acqua è della terra.
Credi sia tuo, il mondo? Perché non vivi nel mare? Anche
il mare è mondo. Non sei capace, è questione di equilibrio.
La terra sotto i piedi, ti adatti, ma se la terra
si muove tutto è terrore… non è tuo il mondo, la terra.
Non è la tua terra. Stai fingendo che sia tua, 
e tu sei finto a lei, per così dire, lo capisci
o no? Non sei tu che la rovini. Non fare il presuntuoso. 
Ti rovinerà lei quando le parrà di volerlo fare. 
Cosa credi di soccorrere tu, pezzo di fesso umano, 
cosa credi? La Terra ti fornisce il combustibile 
per soffocarti coi suoi, capito suoi?, fumi. 
Più tutto il resto che ti arrostirà o ti congelerà.
Come ti permetti di voler mitigare la sua vendetta, di tappare
buchi ai quali Lei roteando lavora, di volere rendere
respirabile l’aria che Lei ama fumosa fino al viola,
al color fiele, torbida quando tu sarai l’ottimo combustibile? 
Che primadonna, La Terra. Io l’ammiro. Sì, l’ammiro 
per come ti distrugge. E allora cosa fingi 
di non saper fingere? Non sai fingere e basta. 
E fai il soccorritore finto — ché si vede che sei finto — 
della Terra quando sei tu il fastidio sopra questa terra.
Finché non sarai tu terra, perché tu sei la sua polvere,
capisci? Sei tu la sua vendetta. Ma poi, cosa 
lo vengo a dire a te, un cantante, che nemmeno lo sei, 
vero che nemmeno lo sei? Predi tutti in giro,
anche il cantare, o no? Tu e la tua sperimentazione.
Tu, come me, mi sa, ti godi lo spettacolo, conosci 
il perverso godimento d’assistere ai Varietà
di un mondo antipatico, tutto mossette, adolescenze
tremule, maturità spaesate, sensibilità colanti 
sopra i bavaglini, e quel benefattume 
di chi ha da scontare terribili misfatti del pensiero, 
tutta una rincorsa a prender voti,
quelli contriti e conventuali, i peggiori
se per timore, se per timor di tutto… altro che Dio:
a confronto con il tutto spinosissimo è quasi niente Dio,
anzi è consolazione, o no?… Fate i modesti che siete,
non state a far le finte che non sapete fare,
che è roba da eccellentissimi toreri e calciatori,
che fingono gli scontri tra gli umani e coi tori immortali.
È per finta che si crede, è per finta che non si crede.
No, voi aspettate il per davvero. Il per davvero
nella testa umana? Ma dico, solo i pazzi. 
E ogni luogo è convento, ultimamente anche i non-luoghi
per aggiunta, i luoghi succursali e di soccorso, 
le missioni, mi pare chiaro, no? E a me piacerebbero 
i preti crudeli, ecumenici per sfiducia
e per disprezzo, esatti, capaci di micidiale bontà,
inflitta con lo stiletto di un sorriso in pieno
cuore e la serena certezza che sia tempo perso…
Parlo come se tutto fosse un film. No, non un libro,
un libro no, ché ormai per me è pesante girar pagine…
È deludente, no? Sì. Ma che spettacolo, 
bello, ma che bello. Mi devo fermare perché
tra poco tu canti. Perché tu canti, no? Imbroglione”.
 
Devo abbattere questa parete di zucchero filato,
sbriciolare questa madrepora disseccata, questo
ventaglio di corallo bianco, gracile e prosciugato? 
Lei davvero si porta il savoiardo a letto,
un altro, e in una notte l’avrà fatto molle.
Se ne va sulle note (sì, sulle note!) della quinta canzone, 
ora che è notte e canto. E non l’ho abbattuta.
Se ne va sulle sue gambe e sulle note,
tutta pavesata di merletti e vele
mentre canto la quinta canzone. 
Durante la sesta fallisco la rivoluzione.
Tanto per concludere con una parola ormai da ridere.
Concludere, poi, mica tanto, ho da cantare ancora
per tre quarti d’ora.
Una donna fragile, cioè cristallina,
di una durezza che può frantumarsi
per vanità ossia per fare un dispetto. 
È fatta di merletto calato nell’amido,
è intagliata in una conchiglia cerulea, 
è una donna trasparente che quasi tintinna
quando si muove, una donna di talco
e di cipria, con al collo un sottile
laccettino, una catenina dalle maglie 
di ragnatela e una lenticchia d’oro
come pendaglio, una sfoglietta lisa, 
che per lei è un’ancora, una donna
che succhia un savoiardo e dice 
“il tuo sesso, tesoro, e ci arrivo
fino a domani con questo”, è pomeriggio
in un giardino dell’albergo nel quale
canto da tre sere e per altre tre.
Una donna che è già quasi invisibile,
e può permettersi questo e altro
a novantadue anni, anche di dire 
“che bello”, di pronunciare questo
aggettivo difficile ma bello veramente
su tutti, quelle poche volte che è
pronunciato con coraggio, “ma che bello”,
ripete, e io non so cosa, lei guarda
il golfo, il mare, il cielo, ma no,
nemmeno, lei non guarda niente, può 
permetterselo, ha gli occhi come
una goccia di cera caduta, credo
intenda tutto, tutto bello, non so, non sono
sicuro, credo intenda un attimo,
non lo so, vorrei chiederle ma che bello che?
Non glielo chiedo, credo s’incrinerebbe
per la delusione. Crepitando si infrangerebbe
il suo cuore di vetro soffiato dal suo stesso
cuore. E anche per me sarebbe come soffiare 
su un velo di ghiaccio col mio alito 
di cantante caldo, e creparlo. Credo, 
preferisco, che mi stia ingannando e che sia, 
per lei, bello l’inganno, infatti è bello 
(nella vita canto questi versi da cantante 
imbecille per essere ammirato ossia deluso, quindi 
per non affezionarmi troppo a questa vita). 
Sono disperso come le sillabe in questi versi 
da rimbambito quando lei, con un colpo delle stecche
del ventaglio sopra la mia testa, mi risveglia.
 
Una notte in questo albergo le costa 
più dello stipendio di un mese
di chi ci porta da bere qui in giardino.
E allora? Chi ci porta da bere in giardino
non ha novantadue anni, non è colmo
di merletti, non è una valva incisa
e soprattutto (soprattutto!) non è né donna
né un cammeo (cosa che al momento di ogni
rivendicazione conta, e come conta).
E in questi alberghi il senso di ingiustizia
non pernotta né gira come un vendicatore
nei corridoi. Di giorno dai fiori caldi 
degli oleandri tiepidi emana un indolente 
aroma di potere floreale, dolce nel profumo, 
e melenso. Cosa dobbiamo fare? (Noi chi?).
Sfondare questo velo di signora? Lei dice:
“Io che c’entro? Siate come me, il mio comunismo
è questo, io sono la dimostrazione di una possibilità,
quella di vivere così, sono anch’io umanità. Tu,
come cantante — e ho detto tutto — dovresti
essere il primo sbranato dal popolo, tu che canti,
canti, canti, parli parli, parli… che ti canti?
La canzone? Questa presunzione di essere nel giusto,
d’essere quello che apre la bocca, dà fiato e non ascolta.
Be’, non sei eccezionale, sei solo rappresentativo
di tutti, che penitenti pagano lo strazio d’averti
davanti come modello dello strazio loro, tu sei il lavoro
di quelle robe di servizio come la metafora e la metonimia.
Le parole? Quest’altra presunzione di dire come stanno
le cose. Come stanno le cose, mio tesoro, savoiardo 
mio, mia zuccherata testa di cazzo? Sono io la donna, 
non tu. Che voglio dire? Voglio dire che è probabile 
(è certo!) che quelle tre-quattro persone che sanno 
come stanno le cose abbiano sbavato su di me, che addosso 
a me si siano liquefatte come gli oggetti docili 
che si sciolgono incendiati, come segretari di stato 
a fine mandato, mi capisci? Anche segretarie, come no, 
dure e bellicose, quindi fondenti come catrame, 
e dello stesso odore accattivante quando dalle carni 
versate sale un fumo che subito sviene così come 
negli occhi appare solo il bianco. Conosco
qualche gocciolante segreto dell’umanità. Chi crede 
di sapere deve sapere che non sa, ma fuor di amenità socratica
ossia fuor di presunzione. Avrete la chiacchiera globale, 
non avrete le parole, la parola, se non come schermo 
su un vostro schermo… Quando non conti nulla puoi dire tutto.
Lo sai, sì? Sei lì per questo: per dire tutto e svalutarlo 
in nulla… Vito, ti chiami Vito? Ecco, Vito, avresti potuto 
fottermi… almeno per cogiacenza ti avrei inumidito col velo 
più o meno dipinto della vita… sì anche Maugham, sì, è stato 
un fatto mio anche se non era il tipo, né io per lui: uno 
scrittorino da lettura che oggi basta e avanza, ma sapeva, 
sapeva, capisci sapeva? Sapeva fingere… dio, mi viene da ridere, 
dio, vi fate un vanto di non fingere — ma siate precisi! — 
non fate altro che fingere, nel senso che siete subornati, 
e è vero: non fingete, ma finti lo siete, cioè vi hanno fatto 
la finzione (sì, sì, giocateci con certe parole), 
ma fingere non sapete, e il peccato non è fingere, il peccato 
è non saperlo fare pur essendo finti… Perché? Siete veri? 
Veri rispetto a cosa? Questo è il punto. 
Rispetto agli alberi siete alberi finti,
finti insetti rispetto agli insetti, batteri finti
rispetto ai batteri. Io stessa (e già ci hai pensato tu
con le analogie e le somiglianze) sono un finto merletto,
una finta conchiglia, finto ventaglio e, se vorrai,
una finta madrepora e pure prosciugata. Di chi
è il mondo? È degli alberi, degli insetti, dei batteri.
La terra di chi è? È dell’acqua, e l’acqua è della terra.
Credi sia tuo, il mondo? Perché non vivi nel mare? Anche
il mare è mondo. Non sei capace, è questione di equilibrio.
La terra sotto i piedi, ti adatti, ma se la terra
si muove tutto è terrore… non è tuo il mondo, la terra.
Non è la tua terra. Stai fingendo che sia tua, 
e tu sei finto a lei, per così dire, lo capisci
o no? Non sei tu che la rovini. Non fare il presuntuoso. 
Ti rovinerà Lei quando le parrà di volerlo fare. 
Cosa credi di soccorrere tu, pezzo di fesso umano, 
cosa credi? La Terra ti fornisce il combustibile 
per soffocarti coi suoi, capito suoi?, fumi. 
Più tutto il resto che ti arrostirà o ti congelerà.
Come ti permetti di voler mitigare la sua vendetta, di tappare
buchi ai quali Lei roteando lavora, di volere rendere
respirabile l’aria che Lei ama fumosa fino al viola,
al color fiele, torbida quando tu sarai l’ottimo combustibile? 
Che primadonna, La Terra. Io l’ammiro. Sì, l’ammiro 
per come ti distrugge. E allora cosa fingi 
di non saper fingere? Non sai fingere e basta. 
E fai il soccorritore finto — ché si vede che sei finto — 
della Terra quando sei tu il fastidio sopra questa terra.
Finché non sarai tu terra, perché tu sei la sua polvere,
capisci? Sei tu la sua vendetta. Ma poi, cosa 
lo vengo a dire a te, un cantante, che nemmeno lo sei, 
vero che nemmeno lo sei? Predi tutti in giro,
anche il cantare, o no? Tu e la tua sperimentazione.
Tu, come me, mi sa, ti godi lo spettacolo, conosci 
il perverso godimento d’assistere ai Varietà
di un mondo antipatico, tutto mossette, adolescenze
tremule, maturità spaesate, sensibilità colanti 
sopra i bavaglini, e quel benefattume 
di chi ha da scontare terribili misfatti del pensiero, 
tutta una rincorsa a prender voti,
quelli contriti e conventuali, i peggiori
se per timore, se per timor di tutto… altro che Dio:
a confronto con il tutto spinosissimo è quasi niente Dio,
anzi è consolazione, o no?… Fate i modesti che siete,
non state a far le finte che non sapete fare,
che è roba da eccellentissimi toreri e calciatori,
che fingono gli scontri tra gli umani e coi tori immortali.
È per finta che si crede, è per finta che non si crede.
No, voi aspettate il per davvero. Il per davvero
nella testa umana? Ma dico, solo i pazzi. 
E ogni luogo è convento, ultimamente anche i non-luoghi
per aggiunta, i luoghi succursali e di soccorso, 
le missioni, mi pare chiaro, no? E a me piacerebbero 
i preti crudeli, ecumenici per sfiducia
e per disprezzo, esatti, capaci di micidiale bontà,
inflitta con lo stiletto di un sorriso in pieno
cuore e la serena certezza che sia tempo perso…
Parlo come se tutto fosse un film. No, non un libro,
un libro no, ché ormai per me è pesante girar pagine…
È deludente, no? Sì. Ma che spettacolo, 
bello, ma che bello. Mi devo fermare perché
tra poco tu canti. Perché tu canti, no? Imbroglione”.
 
Devo abbattere questa parete di zucchero filato,
sbriciolare questa madrepora disseccata, questo
ventaglio di corallo bianco, gracile e prosciugato? 
Lei davvero si porta il savoiardo a letto,
un altro, e in una notte l’avrà fatto molle.
Se ne va sulle note (sì, sulle note!) della quinta canzone, 
ora che è notte e canto. E non l’ho abbattuta.
Se ne va sulle sue gambe e sulle note,
tutta pavesata di merletti e vele
mentre canto la quinta canzone. 
Durante la sesta fallisco la rivoluzione.
Tanto per concludere con una parola ormai da ridere.
Concludere, poi, mica tanto, ho da cantare ancora
per tre quarti d’ora.